A che punto è la notte nel Sinai?

di , 16 Gennaio 2011 01:35

Situazione attuale dei profughi africani nelle mani dei predoni in Egitto, reazioni da parte delle istituzioni internazionali, prospettive e speranze sia per la sorte dei migranti ancora in catene, sia riguardo all’urgenza di iniziare a combattere efficacemente il traffico di migranti, di schiavi e di organi umani.

Milano, 15 gennaio 2011. E’ ormai da quasi tre mesi che i giovani profughi africani fuggiti dalla Libia per evitare di finire nelle carceri-lager di Al Braq e Misratah, destinate ai migranti in attesa di deportazione, si trovano nelle mani dei trafficanti. Prima di affrontare il viaggio verso Israele, la terra promessa, ognuno di loro è riuscito a procurarsi 2000 dollari, grazie ai parenti in Europa o in patria: la somma chiesta dai passatori beduini della tribù Rashaida per guidarli lungo il viaggio della speranza, fino al confine con lo stato ebraico. Durante i primi giorni in Egitto, hanno dormito in grandi tende, che i beduini montavano nel deserto in pochi minuti. A un certo punto del cammino, però, i Rashaida li consegnavano a un altro gruppo di contrabbandieri, più rudi dei primi e armati di moderni kalashnikov.

Erano i trafficanti della famiglia Sawarqa e da quel momento la speranza dei 250 profughi eritrei, etiopi, somali e sudanesi si trasformava in un incubo. Venivano condotti nel quartiere meridionale di Rafah, nel nord del Sinai, all’interno di una green-house recintata. Il beduino palestinese Abu Khaled, noto guerrigliero di Hamas e schiavista, l’etiope rinnegato Fatawi Mahari e 20 predoni-guerriglieri erano adesso i loro carcerieri. Incatenati alle caviglie e chiusi in gruppi all’interno di container metallici interrati, ricevevano una pagnotta al giorno, acqua sporca e raramente mezza scatola di sardine. I trafficanti lasciavano loro i telefonini, perché potessero comunicare con i parenti e chiedere denaro. A ognuno dei profughi venivano chiesti altri 8000 dollari. Nel primo periodo di detenzione a Rafah, tre ragazzi africani erano freddati a colpi di pistola. Pochi giorni dopo altri tre venivano massacrati a bastonate. Successivamente due diaconi ortodossi facevano la stessa fine. Altri erano ridotti in fin di vita.

Abu Khaled spiegava le modalità del pagamento del riscatto: i parenti dovevano versare a più riprese quote di 300 o 500 dollari, avvalendosi dell’agenzia di money transfer Western Union: una forma di pagamento difficilmente rintracciabile, perché una volta versato, sempre a beneficiari diversi, il denaro poteva essere incassato in qualsiasi città all’interno dell’Egitto. Gli aguzzini torturavano i prigionieri con ferri roventi, batterie e cavi elettrici, coltelli e frammenti acuminati di vetro. Le ragazze subivano violentissimi stupri di gruppo a un ritmo quotidiano. Chi riusciva a completare il pagamento del riscatto veniva condotto, senza più il cellulare a disposizione, in un’altra località del Nord del Sinai. Quindi, svincolati dal debito a dal ricatto, i profughi venivano liberati presso la frontiera israeliana in gruppi di 15/20. Dopo la campagna internazionale e le pressioni sull’Egitto affinché i ragazzi africani fossero liberati, i trafficanti hanno affrettato i tempi. Molti profughi africani sono stati arrestati al confine dalla polizia egiziana e trasferiti nelle carceri militari, accusati di immigrazione illegale e destinati al rimpatrio coatto. Altri gruppi hanno raggiunto lo stato ebraico, dove sono stati identificati, condotti in un centro di accoglienza e quindi affidati alle cure dei Medici per i Diritti Umani di Jaffa. Oggi restano a Rafah, nel frutteto di Abu Khaled, da 40 a 50 africani, fra cui sei donne.

Dopo la denuncia scritta da EveryOne, sottoscritta da una rete di Ong e presentata alle autorità ufficiali dell’Egitto e al Parlamento europeo, la delegazione Ue al Cairo ha esercitato pressione diplomatica sul governo della Repubblica Araba, chiedendo un intervento delle forze di sicurezza a Rafah e lungo le zone di confine. Per l’ennesima volta, anziché attuare un’irruzione nel campo di detenzione gestito dai predoni, le autorità hanno chiesto, invano, la mediazione dei capi delle 12 tribù beduine del nord del Sinai. Contemporaneamente, hanno aumentato l’attività delle pattuglie di frontiera. Ieri, venerdì 14 gennaio, la polizia ha intercettato un gruppo di trafficanti nell’area di Rafah. I criminali sono riusciti a fuggire, abbandonando 250 chili di cocaina e altre droghe pesanti. Sempre lungo il confine vi sono state operazioni contro i traffici umani dei predoni beduini, di cui le autorità non hanno diffuso i particolari. Di certo vi è che le forze dell’ordine, quando fermano i migranti africani, non cercano neppure di verificare chi fra di loro abbia diritto a protezione internazionale, nonostante le raccomandazioni espresse recentemente dall’Alto Commissario Onu per i Rifugiati attraverso il portavoce Adrian Edwards, che ha invitato il governo egiziano ad effettuare ogni sforzo possibile per determinare chi abbia i requisiti del rifugiato e sia in cerca di protezione umanitaria.

Oggi pomeriggio è prevista la riunione fra i capi tribù beduini del governatorato del nord del Sinai, con la firma di un documento di impegno alla lotta contro il traffico di esseri umani. Contemporaneamente, prende il via a Tripoli, in Libia, la Conferenza sui Migranti Africani, cui partecipano parlamentari, intellettuali, giornalisti, medici e operatori umanitari di origine africana, provenienti da tutta Europa. L’Italia è rappresentata dall’onorevole Jean Léonard Touadi, parlamentare di origine congolese. Durante la Conferenza verrà fondata l’Unione internazionale dei migranti africani, organismo giuridico deputato al monitoraggio della condizione dei migranti africani e in particolar modo delle donne e dei bambini. La preoccupazione delle organizzazioni per i diritti umani che tutelano i profughi africani è che il meeting possa servire al dittatore libico Muammar Gheddafi per legittimare le sue politiche disumane nei riguardi dei migranti che in LIbia vengono arrestati dalle autorità, incarcerati e quindi deportati verso i paesi da cui sono fuggiti, per sottrarsi a persecuzioni e gravi crisi umanitarie. Kedija e Dawit, due giovani profughi eritrei liberati dai trafficanti e attualmente in Israele rivolgono un appello all’onorevole Touadi: “Onorevole, chieda alle Nazioni Unite e all’Unione europea di non abbandonarci e di aiutarci a trovare un posto dove vivere fino quando non si fermeranno guerre e persecuzioni nel nostro paese”.

Saturday, January 15, 2011, di Roberto Malini – Gruppo EveryOne

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