Eritrei nel Sinai, il racconto di un profugo

di , 24 Gennaio 2011 00:37

La testimonianza: “Ci avevano convinto che saremmo potuti entrare in Israele senza difficoltà e che erano esperti. Nessuno dei gruppi che avevano accompagno, ci assicuravano, è stato preso dalla polizia. Bastava pagare 3.000. Ci picchiano a bastonate – ha riferito il profugo – con maniacale regolarità: due volte al giorno”

Rafah, 18 gennaio 2011. Un giovane eritreo, padre di famiglia, racconta l’inganno dei trafficanti che avevano propagandato un viaggio facile, dal Sudan verso Israele. Il racconto è stato raccolto, ancora una volta, da padre Moses Zerai, direttore dell’Agenzia eritrea Habeshia. “Ci hanno convinto che saremmo potuti entrare in Israele senza difficoltà – ha detto il giovane – perché ci hanno detto che erano esperti. Nessuno dei gruppi che avevano accompagno, ci assicuravano, è stato preso dalla polizia. Bastava pagare 3.000 dollari e potevamo fare il viaggio della speranza fino in Israele. Arrivati nel deserto del Sinai ci hanno invece portato dentro questi container sotterranei, al confine con Israele”.

Il mediatore. E’ un eritreo che si chiama Tesfamicael Araya. “Il quale ci ha fatto dare i soldi al trafficante, che ci ha portati dal Sudan nel Sinai, questo trafficante appartiene all’etnia Rashiayda, se n’è andato in Sudan consegnandoci nelle mani di un suo parente residente nel Sinai, il quale a sua volta ci ha venduti ad un altro gruppo di trafficanti, che poi è quello che ci tiene ora prigionieri. Siamo stati tenuti al buio per dieci giorni – ha proseguito il testimone – senza sapere il perché, poi ci ha detto che il primo trafficante era scappato con i nostri soldi e dunque non potevamo continuare il viaggio. Il nuovo ‘padrone’ voleva 10.000 dollari per liberarci. Eravamo una sessantina di persone, poi ci hanno divisi”.

Le bastonate quotidiane. “E’ ormai un mese – prosegue il racconto del giovane profugo – che siamo in questa situazione, siamo in 38, di cui 8 sono donne, tutti costretti a mangiare una pagnotta al giorno. Ci picchiano a bastonate con maniacale regolarità: due volte al giorno, e ci sono due addetti a questo compito, uno ci picchia di giorno l’altro di notte, spesso sono drogati. Comunque la tortura consiste nel non farci dormire di notte. Ormai molti parenti del gruppo stanno pagando, siamo rimasti in 11 persone che non abbiamo versato un euro dopo i 3.000 pattuiti all’inizio. Tra noi c’è una donna che non ha nulla e un ragazzo orfano che sicuramente non potranno pagare. Insomma, siamo ancora qui, tenuti in catene mani e piedi. Qui vicino c’è un aeroporto utilizzato delle forze ONU. Sentiamo atterrare e partire aerei. Salvateci. Fate qualcosa”.

Restano 27 ostaggi. Nel frattempo, mentre l’Egitto – come fa sapere EveryOne in una nota stampa – ha annunciato un massiccio intervento contro i trafficanti del Sinai, con un’unità speciale anti-terrorismo agli ordini del Generale Najab e con la supervisione del capo dell’intelligence per il nord del Sinai Generale Svillan, i predoni di Abu Lafi e del suo luogotenente Abu Khaled accelerano la liberazione degli ostaggi, anche di quelli che non sono riusciti a completare il pagamento del riscatto. Secondo don Moses Zerai, nei container-prigione interrati nel frutteto di Abu Khaled, restano 27 africani, fra cui quattro donne. Una ragazza è al sesto mese di gravidanza e probabilmente a rischio di perdere il bambino, a causa delle continue violenze.

Il 29 manifestazione a Milano. I maltrattamenti, dopo la campagna internazionale per la liberazione dei profughi, sono comunque diminuiti, tanto che i Medici per i Diritti Umani di Jaffa non hanno riscontrato tracce evidenti di torture visitando i migranti liberati di recente. Nel frattempo numerose adesioni raggiungono EveryOne, l’Associazione Profughi Eritrei della Lombardia e il Gruppo Facebook “Per la liberazione dei prigionieri nel Sinai” riguardo alla manifestazione prevista per il 29 gennaio davanti alla Rappresentanza della Commissione europea a Milano.

fonte: repubblica.it

Lascia un commento

Gruppo Missionario Shaleku - via di Gherardo, 16 Prato

per eventuali donazioni: BANCA POPOLARE ETICA - Filiale di Firenze -EU IBAN: IT45 G050 1802 8000 0000 0120 997