Category: Notizie dall’Eritrea

ENNESIMA TRAGEDIA IN MARE: PERCHE’ NON E’ STATA EVITATA?

di , 7 Aprile 2011 00:16

Il Consiglio Italiano per i Rifugiati esprime profondo dolore per una delle più gravi tragedie del mare degli ultimi anni che ha visto scomparire tra le onde, se le stime verranno confermate, 150 persone (ma alcune fonti parlano di 300 migranti).  Dolore che si unisce però a una profonda preoccupazione e anche incredulità.

“Ora mi chiedo, come è stato possibile che in un mare presidiato da flotte internazionali e completamente militarizzato non si sia potuta evitare una tragedia di tali proporzioni, intervenendo tempestivamente a soccorso di quei profughi?” dichiara Savino Pezzotta presidente del CIR. “Quello che deve ora essere accertato è se ci sono state delle violazioni del diritto del mare che, dobbiamo ricordare, obbliga a soccorrere quanti si trovano in condizioni di rischio. E se queste violazioni saranno accertate dovranno anche essere verificate le responsabilità.”

In questo momento crediamo però sia necessario fare un passaggio ulteriore cercando di capire cosa fare per evitare tali tragedie. Non deve essere dimenticato che alla Comunità internazionale da molto tempo era ormai nota la  presenza di circa 5mila rifugiati sub-sahariani in Libia. Già il 28 febbraio il CIR aveva lanciato un appello al governo italiano, alla Commissione Europea e a tutti gli Stati membri per la loro evacuazione umanitaria, una soluzione che permettesse loro di arrivare negli Stati europei attraverso operazioni di soccorso. A questo appello, poi ripetuto anche insieme  all’ECRE (European Council on Refugees and Exiles) dall’inizio delle rivolte in Libia numerose volte sia a livello italiano che comunitario – anche in un incontro diretto con la Commissaria  Malmström, le risposte sono state pochissime. Solo l’Italia s è mossa permettendo l’accesso protetto a circa 115 rifugiati sub-sahariani provenienti dalla Libia. Da parte dell’Europa e degli altri Stati membri il silenzio più assordante.

“Ormai è chiaro, per evitare che i rifugiati continuino a mettere a rischio la loro vita per arrivare in Europa dobbiamo dare loro delle alternative di ingresso protetto” dichiara Christopher Hein direttore del CIR “Altrimenti l’unica alternativa che offriremo loro è quella di attraversare un mare che continua a inghiottire vite. E non credo che questa sia una posizione più sostenibile per paesi democratici e civili”

Roma 6 aprile 2011,

Consiglio Italiano per i Rifugiati

www.cir-onlus.org


Profughi in fuga da Tripoli dispersi in mare

di , 5 Aprile 2011 22:38

In questi giorni stanno circolando le notizie di ritrovamento di circa 70 corpi nelle coste libiche. Quello che noi sappiamo in base alle informazioni che ci provengono da connazionali ancora in Libia questi rinvenimenti di corpi in mare fino ad ora solo 4 persone sono di provenienza Eritrea o Etiopica, gli altri sono di altra nazionalità dell’Africa Occidentale, tra i corpi ripescati in mare ci sono anche asiatici. Quindi non abbiamo elementi tali da collegare questi corpi trovati, con i dispersi peri i quali abbiamo lanciato più volte appello ormai da settimana e più.Mancano ancora all’Appello più di 400 persone, partiti da Tripoli in due diverse date, il primo partito la notte tra il 22 e il 23 marzo un barcone con 335 persone tutti di nazionalità eritrea, il gommone carico di 68 persone di eritrei ed etiopi, i quali partiti la sera circa le ore 22.00 il 25 marzo il sabato hanno lanciato la richiesta di aiuto, i quali dicevano “di essere affamati e assetati con poco carburante che stava finendo”. Questa loro situazione e stata segnalata alla guardia costiera Italiana, la quale grazie alla presenza a bordo del gommone del telefono satellitare ha potuto localizzarli che si trovavano a circa 60 miglia dalla Libia. Quello che mi chiedo io perché non sono stati soccorsi queste persone? Se la guardia costiera italiana ha diffuso a tutti compreso alle navi della NATO, non capisco che impedimento ci fosse stato se questi ultimi vanno a verificare le condizione del gommone e soccorrerli? Mi pare che la missione della NATO in questo momento nel mediterraneo e una missione umanitaria, quindi salvare vite umane che fuggono da guerra e persecuzioni come questi profughi disperati dovrebbe far parte di questa missione. Sono passati 9 giorni dall’ultimo contatto con questo gommone fin ora nessuna notizia.

Ieri ci hanno segnalato di un altro barcone carico di 400 persone partito da Tripoli, che abbiamo già segnalato alla guardia costiera italiana, auspichiamo che si presti il massimo di attenzione che merita queste vite umane.

Don Mussie Zerai

Pubblicato da Agenzia Habeshia per la Cooperazione allo Sviluppo Lunedì 4 Aprile 2011

Barconi Carichi di Profughi nel Mediterraneo

di , 26 Marzo 2011 22:47

Da giorni si susseguendo notizie di 3-4 barconi carichi di profughi partiti da Tripoli, sappiamo per certo di uno dei barconi con circa 300 persone partito qualche giorno fa e tornata in dietro al porto di Tripoli per guasto al motore, sta mattina ci hanno contattato di un barcone partito sta notte verso le 02.30 sono circa 350 persone maggioranza eritrei, che abbiamo segnalato alla Guardia Costiera Italiana. Siamo preoccupati per le notizie dei barconi che non si trovano. Molti profughi eritrei, etiopi e somali spinti dalla disperazione pur di fuggire dalla guerra in atto.

Pubblicato da agenzia Habeisha il 25 Marzo 2011

DON ZERAI (HABESHIA), “UE SALVI ANCHE GLI ALTRI PROFUGHI AFRICANI”

di , 10 Marzo 2011 23:26

E’ contento don Mussie Zerai, presidente dell’Agenzia Habeshia, per il salvataggio di 58 rifugiati eritrei, tutti nuclei familiari con 27 minori, atterrati ieri sera a Crotone da Tripoli con un C130 ell’Aeronautica militare italiana. Oggi chiede ai Paesi dell’Unione europea, in un appello lanciato tramite il SIR, “di fare altrettanto per evacuare dalla Libia tutti i 2000 eritrei a Tripoli e, se possibile, anche 500 eritrei, somali ed etiopi che sono in grave difficoltà a Bengasi”. Da settimane, infatti, il vicario apostolico di Tripoli mons. Giovanni Martinelli e don Zerai stanno cercando di salvare migliaia di profughi africani, in particolare del Corno d’Africa, bloccati in Libia dopo i respingimenti italiani e scambiati nel corso delle proteste per mercenari al soldo di Gheddafi. L’evacuazione umanitaria di ieri sera è stata coordinata dall’ambasciata italiana a Tripoli, dal Consiglio italiano per i rifugiati, dall’Agenzia Habeshia e dalla Chiesa in Libia, che ha censito i profughi. Per i 58 a Crotone è già partita la procedura per la richiesta dell’asilo politico. Don Zerai andrà a Crotone la settimana prossima. Per ora ha contattato telefonicamente alcuni di loro: “Raccontano di varie aggressioni subite in strade, di furti, rapimenti. Hanno paura di uscire di casa, per cui non possono ricevere aiuti in denaro dalle famiglie e soffrono la fame”.

Fonte: SIR

Operazione umanitaria trasferisce da Tripoli in Italia 58 eritrei

di , 10 Marzo 2011 23:24

Wednesday, March 9, 2011, di don Mussie Zerai – Presidente dell’Agenzia Habeshia per la Cooperazione allo Sviluppo

Roma, 9 marzo 2011. Con un’operazione umanitaria coordinata dall’ambasciata italiana di Tripoli insieme al CIR, a don Mussie Zerai – presidente dell’A.H.C.S – e al vescovo cattolico della capitale libica Giovanni Martinelli, ieri sera sono stati trasferiti in Italia da Tripoli 58 eritrei, 27 dei quali minori.

Un C130 dell’Aeronautica militare italiana è atterrato ieri sera poco prima delle 21 sulla pista dell’aeroporto Pitagora di Sant’Anna (Crotone). L’accoglienza e identificazione dei 21 nuclei familiari, con alcuni bambini in fasce, sono state effettuate sotto il coordinamento del dirigente dell’Ufficio stranieri della questura Maria Antonia Spartà.

Le operazioni di identificazione sono state veloci perchè i 58 profughi, tutti richiedenti asilo politico, sono arrivati muniti di un lasciapassare rilasciato dall’ambasciata italiana a Tripoli e dal UNHCR. All’interno del C130, ad accompagnare le famiglie di eritrei c’erano due funzionari della Farnesina che indossavano le casacche dell’Unità di crisi italiana in Libia. Il gruppo di eritrei arrivati ieri sera fa parte della piccola comunità di duemila profughi che si trova a Tripoli, sotto la protezione dell’arcivescovo Giovanni Martinelli, che ha lanciato ripetuti appelli alla comunità internazionale chiedendo un intervento per l’evacuazione umanitaria dal suolo libico di quei 2000 rifugiati che versano in una situazione difficilissima.

Indipendentemente dall’evoluzione della situazione a Tripoli gli eritrei, che non hanno permesso di soggiorno in Libia, sono colpiti da un grave dramma umanitario: gli insorti li perseguitano additandoli quali “mercenari di Gheddafi”, mentre i militari del colonnello impediscono loro di lasciare il paese. I buoni rapporti di monsignor Martinelli con il raìs hanno tutelato gli eritrei fino a oggi, ma i tempi stanno cambiando a un ritmo incontrollato. La settimana scorsa il presidente del Cir Savino Pezzotta aveva lanciato un appello all’Italia e agli altri stati membri del’Unione europea perché attuassero azioni per la tutela e il reinsediamento dei profughi africani in Libia.

L’operazione umanitaria italiano a Tripoli crea un importante precedente, che si auspica sia imitata da altre nazioni. Domani mattina dalle 10 manifesterà in Piazza dei Santi Apostoli a Roma una rappresentanza di rifugiati eritrei in Italia, per chiedere l’evacuazione di tutti profughi rimasti intrappolati in Libia. I rifugiati chiedono all’Unione Europea di seguire l’esempio italiano e mettere a disposizione quote per procedere all’evacuazione tempestiva e al trasferimento dei circa 2000 profughi da Tripoli in Europa.

LIBIA. “Profughi scambiati per mercenari”

di , 23 Febbraio 2011 14:39

La denuncia del presidente dell’Agenzia Habeshia: “mi arrivano richieste di aiuto via sms”

Un appello all’Italia perche’ dia soccorso ai profughi eritrei, etiopi e somali presenti in Libia viene lanciato dall’Agenzia Habeshia per la cooperazione allo sviluppo, che per voce del presidente, Mussie Zerai, afferma di avere ricevuto una richiesta di aiuto, via sms, direttamente dal Paese in rivolta. “Ci stanno uccidendo con coltelli e macete“, afferma Zerai, citando il contenuto del messaggio. “Vanno nelle case dove vivono gruppi di africani scambiati per mercenari del regime, decine di questi ragazzi sono quelli che sono stati respinti dall’Italia. Altri stanno morendo nelle carceri libiche come Mishratah, sotto i bombardamenti, chiedono aiuto”.

 “L’Europa e l’Italia”, chiede il presidente dell’Agenzia Habeshia, “potrebbero offrire spazi nel piano di evaquazione che e’ gia’ in atto”. Inoltre, Zerai chiede che “venga valutata la possibilita’ di salvare la vita di queste persone, anche dando loro un rifugio provisorio nell’ambasciata italiana”.

vita.it 22 febbraio 2011

Wikileaks, accuse all’Italia «Eritrei respinti e picchiati»

di , 22 Febbraio 2011 14:29
Wikileaks, accuse all’Italia «Eritrei respinti e picchiati» 

di Gabriele Del Grande (l’Unità 3 febbraio 2011) 

Eritrei pestati dai militari della marina italiana durante i respingimenti in Libia e l’ambasciatore italiano a Tripoli che fa finta di niente e si nega alle pressanti richieste dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite. Emergono altri sconcertanti dettagli nei cable dell’ambasciata americana in Libia diffusi in rete da Wikileaks. 

Carte riservate 

In particolare in un documento riservato, datato 5 agosto 2009. L’ambasciatore americano Gene Cretz ha appena incontrato il direttore dell’Alto commissariato dei rifugiati a Tripoli, l’iraqeno Mohamed Alwash, in piena stagione di respingimenti. Oggetto della riunione è la definizione di un piano di accoglienza negli Stati Uniti di un gruppo di rifugiati politici eritrei respinti dall’Italia e detenuti a Misratah. Ma ben presto la discussione si sposta su altro. Alwash è una persona moderata. Ma ci sono due cose che proprio non gli sono andate giù. La prima è il pestaggio degli eritrei respinti dalla Marina militare italiana il primo luglio. La seconda è l’ostruzionismo dell’ambasciatore italiano a Tripol, Francesco Trupiano. 

È il primo luglio 2009. A 33 miglia a sud di Lampedusa viene intercettata una imbarcazione con 89 passeggeri a bordo, tra cui 75 eritrei (comprese 9 donne e tre bambini). Racconta Alwash all’ambasciatore americano: «Quando l’imbarcazione è stata intercettata, tre degli eritrei hanno chiesto di parlare con il comandante della nave italiana per informarlo del loro status di rifugiato. Diversi passeggeri hanno mostrato al comandante i loro attestati rilasciati dagli uffici dell’Alto commissariato dei rifugiati delle Nazioni Unite». Ma il comandante è intransigente. Dice che c’è un «ordine tassativo del governo italiano di riportare i migranti in Libia», e quindi ordina a tutti di salire sulla nave italiana diretta verso la Libia. Al rifiuto degli eritrei, i militari italiani passano alle maniere forti. 

Alwash riferisce di «scontri fisici tra i migranti e l’equipaggio italiano che si concludono con alcuni degli africani picchiati dagli italiani con bastoni di plastica e di metallo». Il bilancio degli scontri è di «almeno sei feriti». Alcuni dei passeggeri «filmano l’incidente con il proprio cellulare, e a quel punto l’equipaggio italiano decide di confiscare tutti i telefoni cellulari, i documenti e gli oggetti personali, che non sono ancora stati restituiti». Al rifiuto delle autorità libiche di inviare una propria motovedetta per il trasbordo, gli eritrei sono «consegnati a una piattaforma petrolifera dell’Eni al largo delle coste della Libia», quella di Bahr Essalam, da dove poi vengono portati a terra e detenuti. Dopo due giorni di insistenti richieste, gli operatori delle Nazioni Unite ottengono l’autorizzazione a incontrare il gruppo dei respinti. Le 9 donne e i 3 bambini si trovano nel campo di Zawiyah. Tra loro c’è «una donna incinta con urgente bisogno di cure mediche». A Zuwarah invece incontrano gli uomini. Sei di loro hanno ancora i punti di sutura sulla testa e sul viso. Alwash sollecita il governo italiano, ma non arrivano risposte. Agli americani confida di ritenere che «il governo italiano faccia intenzionalmente ostruzionismo alle Nazioni Unite». In particolar modo nella figura dell’ambasciatore italiano a Tripoli, Francesco Trupiano. Alwash dice che «Trupiano si rifiuta di incontrarsi con l’Unhcr» e che ha saputo che Trupiano dice di lui che è soltanto un «piantagrane». Trupiano, dice Alwash, è concentrato soltanto sui respingimenti e dice addirittura di non sapere niente di un iniziale accordo tra Nazioni Unite e governo italiano per riportare in Italia una ventina dei 93 titolari di asilo politico che le Nazioni Unite hanno identificato tra i respinti in Libia. Tutti elementi che lo portano a concludere che «l’accordo di cooperazione tra Italia e Libia per respingere i migranti intercettati nel Mediterraneo verso la Libia, stia violando i diritti umani dei migranti e mettendo in pericolo i richiedenti asilo». 

Un altro documento, dopo il cable di ieri, che raccomandiamo di utilizzare agli avvocati dei due processi ancora in piedi contro i respingimenti, nella speranza che sebbene a due anni di distanza dai fatti, si possa ristabilire la ragione del diritto sopra la ragione politica. 

L’Eritrea rientra a far parte dell’Unione Africana

di , 12 Febbraio 2011 17:49

L’Eritrea torna a far parte pienamente dell’Unione africana (Ua) dopo anni di assenza. E’ stato il presidente dell’organismo, il gabonese di origine cinese Jean Ping, a ricevere le credenziali dell’ambasciatore eritreo Girma Tesfay e a dargli il benvenuto a nome dell’intero continente. “Il ritorno di Asmara nel seno dell’Unione africana”, ha detto il diplomatico, “e’ stata la mia priorita’ sin da quando tre anni fa sono stato eletto presidente e sono sicuro che l’Eritrea esercitera’ un ruolo significativo per lo sviluppo, la stabilita’ e la pace in Africa”. Si parla gia’ dell’invio di truppe eritree nelle missioni umanitarie e di peacekeeping organizzate e gestite dall’Ua in diverse nazioni del continente. La sede dell’Ua si trova ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, Paese da cui l’Eritrea si separo’, dopo anni di conflitto, agli inizi degli anni Novanta e con il quale non ha mai stabilito relazioni diplomatiche.

DAL CAMPIDOGLIO OLTRE 400 CANDELE PER ‘FARE LUCE’ SUI PROFUGHI SEQUESTRATI NEL SINAI

di , 6 Febbraio 2011 00:48

1° febbraio 2011- Grande successo per la Fiaccolata promossa oggi pomeriggio a Roma, sulla Scalinata del Campidoglio da CIR; Agenzia Habeshia, A Buon Diritto e Centro Astalli: oltre 400 persone, in rappresentanza di oltre 50 associazioni, hanno partecipato all’iniziativa chiedendo la liberazione dei profughi sequestrati nel Sinai. Presenti, tra gli altri: il Presidente del CIR Savino Pezzotta e il Direttore Christopher Hein, il Presidente di A buon Diritto Luigi Manconi, il Direttore del Centro Astalli padre Giovanni La Manna, il responsabile dell’Agenzia Habeshia don Mussie Zerai, il sindaco di Roma Gianni Alemanno, il consigliere della Regione Lazio Isabella Rauti,l’on.le Jean Léonard Touadi, l’ex Vice Presidente del Parlamento europeo Luisa Morgantini, la portavoce dell’UNHCR Laura Boldrini. L’iniziativa è stata patrocinata da Comune e Provincia di Roma e dalla regione Lazio.

Presenti anche molti rappresentanti di enti di tutela- tra cui padre Gnesotto (Fondazione Migrantes): Miraglia (Arci), Russo (Acli), Soldini (CGIL) e Casucci UIL- e rifugiati del Corno d’Africa

Il Direttore del CIR, Christopher Hein, – si legge in una nota dell’ADN Kronos- ha sottolineato che l’intento della manifestazione era quello di “allarmare e sensibilizzare l’opinione pubblica e politica sul dramma, che ormai da piu’ di due mesi, si consuma nel Sinai. Basta con il silenzio della comunita’ internazionale”.

“Questa mattina – ha dichiarato Hein – abbiamo avuto un incontro alla Farnesina (con i sottosegretari al Ministero per gli Affari Esteri ndr) dove abbiamo potuto parlare della situazione dei sequestrati. Abbiamo parlato anche della prevenzione affinche’ nuovi profughi non entrino ancora in questa trappola. Dal governo italiano mi aspetto da una parte, che non si dimentichi del destino di queste persone e, dall’altra, che venga fatto il possibile per arrivare alla loro immediata liberazione e, una volta liberati, che vengano fatti venire in Europa”.

“Chiediamo che nei paesi di transito come Sudan e Libia sia fatto un’opera di prevenzione, affinche’ altri siano informati e scoraggiati nel fare lo stesso viaggio. La causa di tutto questo – ha sottolineato Hein – e’ anche la chiusura della frontiera europea, come nel caso dell’Italia. Il respingimento dei profughi in Libia e’ stato solo la punta dell’iceberg. Simili politiche sono state fatte anche da Spagna e Grecia, quindi non si entra piu’ in Europa cosi’ le persone sono costrette a questo tipo di viaggi”.

Rifugio ai prigionieri del Sinai – Fate qualcosa di umano

di , 4 Febbraio 2011 14:43

Da Avvernire, 2 febbraio 2011

Da ormai 70 giorni si è squarciato il velo che copriva, nel Sinai, un traffico di esseri umani del valore qualche milione di dollari che finisce (e non è un caso) anche per portare risorse all’estremismo e al terrorismo islamico. Merito – come spesso accade quando si tratta di denunce simili – di un prete, il sacerdote eritreo Mosè Zerai, e di alcune associazioni umanitarie. La fiaccolata silenziosa tenutasi ieri a Roma sulle scale del Campidoglio e organizzata dalla società civile ci ricorda l’odissea infinita di migliaia di profughi originari del Corno d’Africa, in fuga da persecuzioni e guerre, rapiti da clan di beduini Rashaida e ancora ostaggi nel deserto.

Non è cambiato nulla per loro, anzi. Le manifestazioni in corso al Cairo hanno contribuito a spingere ancor più nell’ombra questo dramma. Noi abbiamo seguito da vicino le vicende di un gruppo di 80 eritrei provenienti dalla Libia, Paese dove erano rimasti intrappolati dopo essere stati respinti in mare dall’Italia. Avevano pagato 2.000 dollari ai trafficanti per attraversare l’Egitto, raggiungere Israele – l’unico Oriente che nell’area fa rima con Occidente (che significa democrazia, e dovrebbe sempre significare anche diritti umani e tutela dei più deboli) – e da lì, poi, arrivare in Europa.

Sono stati invece ingannati e inghiottiti dalle sabbie del deserto in una nuova e crudele rotta degli schiavi. Per essere liberati sono stati pretesi da ognuno di loro altri 8 mila dollari, sono stati sottoposti a umiliazioni e torture per “sollecitare” il pagamento del riscatto. E il peggio è toccato a donne e bambini. Chi non aveva i mezzi ha dovuto vendere un rene per comperarsi la libertà oppure rischia in queste ore di essere venduto o ammazzato come una bestia perché è diventato ingombrante. Diversi prigionieri hanno perso la vita in questi mesi in un’autentica mattanza, per aver osato ribellarsi alle catene o perché serviva dare un feroce esempio.

Questa storia fin dall’inizio ha messo in imbarazzo le cancellerie europee, i governi egiziano e israeliano e la stessa Autorità palestinese per diversi motivi. Primo, perché dimostra che la chiusura indiscriminata dei confini europei anche a chi ha diritto di chiedere asilo fa a pugni con il diritto internazionale e con la nostra tradizione giuridica e umanitaria. Poi rivela che Israele è gelida e ostile con i rifugiati anche se reduci da torture e arriva a respingerli in Egitto. Paese, questo, che oltre a non avere piena sovranità su una parte del proprio territorio, il Sinai, non rispetta la convenzione sui diritti umani perché imprigiona e spara sui profughi o li respinge, a sua volta in Paesi che perseguitano i dissidenti. E, infine, perché mette in luce la debolezza dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, che si è fatto sentire – e ci mancherebbe – ma non ha certo alzato la voce e chiesto conto a Mubarak di inerzie colpevoli e drammi impuniti…

Il Parlamento europeo a metà dicembre aveva solennemente chiesto al governo del Cairo di intervenire. La risposta è stata dapprima il rifiuto di ammettere anche solo l’esistenza del gravissimo problema. Quindi, tra dicembre e gennaio l’impegno a cambiare atteggiamento. Ma le forze dell’ordine egiziane, un po’ perché male equipaggiate e molto per connivenza, si sono limitate a non aprire più il fuoco sulle colonne di profughi appena liberati e diretti verso il confine.

Resiste così questa rete maligna. E si nutre di complicità internazionali, che consentono a spietati mercanti di uomini di catturare gli ostaggi già in Sudan e in Libia. Eppure si conoscono anche i luoghi di detenzione e i nomi dei capi dei clan di rapitori. Sembra, insomma, che non ci sia niente da fare: i drammi degli ultimi della Terra che rischiano di morire nella ricerca di scampo, non interessano a nessuno, né all’Europa né ai governi dei Paesi di origine. E ora bisogna aspettare la fine della tempesta che sconvolge l’Egitto per capire che cosa accadrà, per vedere se qualcun oserà prendere a cuore la sorte di questi disperati.

Ma la Ue che ha chiuso le porte ai profughi eritrei può dire e fare già ora qualcosa di giusto e di umano: accetti, Italia in testa, di offrire rifugio almeno a chi è scampato ai lager del Sinai.

Paolo Lambruschi

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