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Etiopia e Eritrea: Meles e Isaias, due amici-nemici sempre più simili

di , 30 Agosto 2010 21:49

L’articolo di Piergiorgio Cattani è tratto dal sito unimondo.org

Un tempo Meles Zenawi (primo ministro dell’Etiopia) e Isaias Afewerki (presidente dell’Eritrea) combattevano insieme. A capo di due movimenti di liberazione nazionale, il fronte di liberazione del Tigray e il Fronte popolare di liberazione dell’Eritrea, i due, che parlano la stessa lingua e provengono da regioni limitrofe, furono compagni di battaglia nella lunga guerra, in particolare tra il 1981 e il 1991, combattuta contro il comune nemico, il regime filosovietico di Mengistu. Fu una lotta di liberazione nazionale culminata nel 1991 con la conquista da parte dei due eserciti, rispettivamente di Addis Abeba e Asmara, e nel 1993 con la proclamazione di indipendenza dell’Eritrea.
Da allora e ininterrottamente fino ad oggi Meles è il primo ministro dell’Etiopia e Isaias è presidente dell’Eritrea: i due, ciascuno nel proprio Stato e con i propri metodi, stanno aumentando in maniera progressiva il loro potere che non si potrebbe definire se non dispotico e dittatoriale.
Ma la loro amicizia è finita da parecchi anni: la guerra tra i due paesi tra il 1998 e il 2000, la tensione permanente lungo i confini, l’opposto posizionamento strategico della cosiddetta guerra al terrorismo e più in generale tra occidente e Cina (Etiopia filo americana e Eritrea vicina a paesi arabi e Cina), li hanno posti su due fronti avversi. Rimangono invece identici i metodi repressivi, i massacri indiscriminati, l’eliminazione fisica degli avversari politici, il bavaglio alla stampa, il disprezzo per i più elementari diritti umani.
Per le cancellerie occidentali però Zenawi è più democratico del collega dittatore Afewerki. Certamente quest’ultimo ha imposto progressivamente nel suo paese un regime di polizia che trova pochi riscontri in tutta l’Africa e nel mondo intero: nel continente nero l’Eritrea è diventata una specie di Corea del nord. Il governo eritreo ha bandito da anni molte ONG che monitoravano le violazioni dei diritti, ha chiuso le porte a qualsiasi osservatore internazionale, ha cacciato o impedito di operare a numerosi missionari cattolici e non, ha ristretto notevolmente la libertà di movimento degli stranieri nel paese, ha incarcerato o ridotto al silenzio giornalisti di opposizione.
Sono, tuttavia, soprattutto gli eritrei a subire le conseguenze di uno stato sempre più chiuso e militarizzato in cui non si sono mai tenute elezioni. I giovani non possono più uscire dal paese e quelli all’estero non possono più tornarci se non per restarci definitivamente; il servizio militare è a tempo indeterminato: a 18 anni uomini e donne vanno nell’esercito senza sapere se e quando potranno ritornare a casa; infine è limitato pure il commercio con l’estero.

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